martedì, 01 agosto 2006
Si era rasato il viso di fresco ed era uscito di casa sfidando il caldo torrido. Davanti all’uscio si era sistemato con cura la camicia millerighe azzurra, allacciando lentamente gli ultimi bottoni a chiuderne il colletto e i polsini, aveva estratto la cravatta dalla tasca cercando di stenderla e darle una forma dopo che l’aveva tenuta arrotolata al caldo per tutto il tragitto. Era un regalo dello scorso Natale che gli aveva fatto sua moglie, gli piaceva molto il colore, due tonalità di blu a strisce alternate diagonali, stile regimental gli aveva detto, non aveva avuto molte occasioni di indossarla da allora, erano passati più di 7 mesi ma oggi cadeva proprio a fagiuolo. Approfittando del piccolo specchio accanto all’ingresso si era fatto il nodo migliore di cui era capace. Si scrutò il viso cercando di darsi un tono ed entrò.
Si sedette sullo sgabello appena dentro, era stretto e accaldato, la prima gocciolina di sudore stava scendendo da dietro l'orecchio verso la base del collo terminando nel colletto della camicia. Sperava di finire tutto in fretta per poter uscire da quell’ambiente angusto e potersi togliere la cravatta che poco si confaceva con i 38 gradi esterni. Davanti a lui una serie di istruzioni, pulsanti e una fessura dove introdurre le banconote. Scelse la combinazione di cui necessitava, introdusse 5 euro sperando nel resto, schiacciò il bottone rosso alla sua sinistra e fissò il vetro nero davanti a se. All’improvviso un lampo ed era tutto finito.
Sospirando uscì dalla macchinetta automatica delle fototessera posta di fronte alla biglietteria della stazione, mentre attendeva lo sviluppo delle foto, madido di sudore, si levò rapidamente la cravatta e slacciò quanti più bottoni possibile. Arrotolò nuovamente la cravatta per farla stare nella tasca dei bermuda in cotone a quadri gialli e azzurri che indossava sotto la camicia e osservò le foto durante il processo di asciugatura sotto un intenso getto d’aria. Prese le foto e si diresse a passo lento e affaticato verso casa, non vedeva l’ora di liberarsi anche della camicia e stendersi sul divano davanti al piccolo ma provvidenziale ventilatore del soggiorno.
martedì, 18 luglio 2006


sabato, 08 luglio 2006
Chi ha visto il cartone animato “L’era Glaciale” si ricorderà certamente dello scoiattolo, senz’altro il personaggio più divertente in assoluto nella storia dei cartoni animati. Lo scoiattolo insegue per tutta la durata del film (anzi per tutta la durata dei due film), la sua ghianda. Lo scopo della sua vita è la ghianda, senza di essa non può pensare di vivere. Ogni volta che riesce a toccarla con le sue zampette pensa di averla finalmente fatta sua e la difende con coraggio, energia, forza e a volte… pazzia. Ogni volta che è convinto di averla presa la perde, ma non la perde da non vederla più, la perde in un modo che gli consente di averla davanti agli occhi e la insegue continuamente con la frustrazione di vedere la sua ragione di vita davanti ai suoi occhi ma senza riuscire ad averla con se quanto basta per nutrirsene. Nell’ultima scena del primo film lo scoiattolo è congelato in un pezzo di ghiaccio con la sua ghianda a pochi millimetri di distanza dalla sua zampa. Quando torna la primavera il ghiaccio inizia a sciogliersi, lo scoiattolo apre gli occhi e sorride felice nel vedere la ghianda li con lui, la guarda e si commuove, il ghiaccio si scoglie insieme alle lacrime e… inutile dire che si scioglie prima quello attorno alla ghianda, la quale cade nel mare e si allontana con lo scoiattolo ancora congelato e impossibilitato a muoversi per andare a recuperarla.
Io ho sempre l’impressione di vivere come in quel cartone animato, ho vissuto fino ad oggi da spettatore, vedo qual è La Mia strada a poca distanza da me e faccio in modo di raggiungere l’imbocco della via non lasciandomi distrarre, selezionando tempo, persone e azioni per non sprecare inutilmente energie, arrivo all’imbocco e cammino quasi in punta di piedi perché stento a credere di aver trovato l’inizio e di essere finalmente in viaggio, poi azzardo un passo più sostenuto e mi sento leggera, allora inizio a correre e dopo due minuti inciampo e cado. Ogni volta che credo di aver iniziato a percorrere finalmente la mia strada, c’è un ostacolo che mi impedisce di andare avanti. Mi ingegno per trovare la soluzione, spendo energie, coraggio, forza e una buona dose di pazzia per cercare di andare oltre, ma ogni dannata volta che sono a “tanto così” dal tuffarmi finalmente nella mia vita e iniziare a viverla, la mia vita resta a pochi millimetri dal mio naso senza che io possa farla davvero mia. Oggi, quando per la prima volta vedo l'imbocco della Mia Strada così vicino, mi sento esattamente nella scena finale del film, la ghianda sta per cadere, ancora non si è sciolto tutto il ghiaccio ma temo il momento in cui accadrà.
lunedì, 03 luglio 2006
Era stata una nottataccia per entrambi, alle due del mattino si erano scambiati qualche sms che non lasciava presagire una giornata migliore della notte.
Infatti la giornata fu pesante di silenzi, straziata dalle lacrime. Gli sguardi si sfuggivano per non crollare nella disperazione.
C'era stato un unico tentativo di comunicazione dissolto nel nulla. Lei avrebbe dato qualunque cosa per donargli un briciolo di serenità che gli avrebbe ridato forza e fiducia nel futuro, ma sembrava che la linea fosse interrotta, un temporale aveva fatto saltare i cavi e chissà quando li avrebbero riparati.
Il giorno aveva nuovamente passato il testimone alla notte quando lui si sedette accanto a lei sul letto, le lenzuola a disegni geometrici bordeaux erano stropicciate dal peso di lei che per tutto il pomeriggio si era rotolata irrequieta da un lato all'altro del materasso.
Le pose una mano sui capelli e la sciolse in una carezza dolcissima. Un suono strozzato uscì dalle di lei labbra: "Mi manchi..."
Bastò per dare vita al più lungo e dolce e forte e silenzioso e caldo abbraccio che si fosse visto al mondo. Nella notte a seguire le loro mani non si lasciarono per un solo istante fino all'alba.
venerdì, 16 giugno 2006

So che il blog langue, purtroppo il mio tempo libero scarseggia in queste settimane, mi auguro con l'estate di riuscire a postare le storie e i racconti che la mia mente ha accumulato in questo periodo di inattività. Intanto vi regalo una mia vecchia foto in tema con la stagione...
lunedì, 03 aprile 2006
La luce tremolante della candela rendeva l’atmosfera dolce e allo stesso tempo maliziosa. Lei era stesa sul divano con le caviglie appoggiate al bracciolo. Guardava distrattamente il lume acceso. Lui si avvicinò con le tazze in mano contenenti caffé fumante. I loro sguardi si toccarono per un istante, intensissimo. Gli occhi neri di lui si posarono in estasi sulla bellezza della linea dei suoi piedi nudi accavallati uno all’altro. Erano piccoli, incastonati su caviglie sottili con malleoli pronunciati e un tendine tagliente come una lama. Avevano proporzioni perfette rispetto alla sua statura, la forma arcuata mostrava le pieghe della soffice carne della pianta, gli alluci leggermente più corti del secondo dito costituivano un dettaglio non indifferente perché un piede venga universalmente considerato un bel piede, come aveva potuto più volte ammirare sui libri di scuola nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree del classicismo mitologico. La pelle dei piedi era morbida e liscia, un dono di natura, sul dorso aveva vene appena accennate che lui adorava sfiorare con le labbra per poterne percepire il rilievo. Le unghie, curate e smaltate di una nuance naturale, riflettevano la luce in modo così sexy… Per non parlare di quanto lo eccitava quella lunetta più chiara che faceva tanto french style! Il suo pensiero volò all’ultimo acquisto che avevano fatto insieme, si era seduto a terra davanti a lei e le aveva fatto indossare i sandali incurante della commessa e degli altri clienti del negozio. Visti da sotto, i polpastrelli tondi e carnosi delle cinque dita erano allineati in ordine come una fila di denti… Senza soluzione di continuità si ritrovò dai pensieri all’azione. Con la lingua aveva già iniziato l’esplorazione dell’estremità arrotondata delle dita gustose. Lei sentì il calore di lui insinuarsi tra un dito e l’altro inumidendone l’incavo, una sensazione avvolgente tanto da sentire una scossa all’inguine. Dalle dita passò a dei piccoli morsetti rivolti alla pianta, lato esterno, piede destro, morbido come quello di un bimbo. Assaggiava i suoi piedi come si gusta un pezzetto di cioccolato fondente, con gradualità, con passione. Tornò alle dita concentrandosi sull’alluce, accogliendolo in bocca e scaldandolo con tutta l’intensità di cui era capace. Prese entrambi i piedi in mano e se li mise sulle guance come fossero le mani di lei, come avesse bisogno di una carezza. Chiuse gli occhi e restò così per qualche secondo. Quando li riaprì lei notò quello scintillio che conosceva bene. Sapeva che sarebbe potuto andare avanti per ore ad occuparsi di “loro”. Rigirò i piedi da ogni lato, saggiandone la differente morbidezza, percorrendone ogni curva alternando il tocco del dito indice con la lingua, sfiorandone ogni centimetro di pelle con la pelle del viso, soffermando lo sguardo su ogni chiaroscuro formato da pieghe della pelle, unghie, vene e ossa in movimento sottopelle. Da entrambi era vissuto come un vero e completo atto sessuale, perfettamente sostituibile alla penetrazione, dava loro una sensazione così forte di intimità e di complicità difficilmente comprensibile ad un occhio comune. Le sue previsioni si rivelarono realistiche, 90 minuti di puro piacere carnale, senza i due tempi ma molto più appagante di una partita a calcio!
giovedì, 30 marzo 2006
La prese per mano, dolcemente, la sua Donna. Rappresentava tutto il suo futuro e tutto il suo presente, l’aveva salvato dal suo passato. Prima ancora di conoscerla le aveva scritto fiumi di lettere pensando che una volta incontrata le avrebbe posato sul grembo la scatola di mogano contenente tutte le parole d’amore che aveva conservato per lei. Mentre si dirigevano verso il rifugio vedeva la loro vita insieme lontana, sentiva l’odore del fuoco nel camino, il calore della sua mano, il sapore dello sformato caldo appena uscito dal forno e della torta di mele che ogni giorno preparava per la colazione. In lontananza sentivano avvicinarsi il rumore della guerra, il cielo era livido e l’aria fredda. Sotto i loro piedi la ghiaia del vialetto scandiva i passi. La porta blindata antibomba e antitutto si stagliava davanti ai loro occhi come una muraglia. Si aprì pesantemente al loro arrivo. Le strinse nelle mani la scatola di mogano e senza guardarla negli occhi le disse “Tesoro chiuditi dentro, a doppia mandata, e non uscire per nessun motivo, qualunque cosa senti tu non ti muovere. Nella dispensa hai abbastanza provviste per 12 mesi. Io tornerò quando la guerra è finita e ci sposeremo, come ci siamo promessi”. Si voltò con gli occhi lucidi e si allontanò con passo svelto per non farsi scorgere. Lei entrò senza voltarsi, le lacrime sgorgavano copiose sulle sue guance, ebbe un mancamento e si appoggiò allo stipite della porta per non cadere. Il portone si chiuse alle sue spalle poco dopo.
Scese le scale, chiuse la seconda porta di sicurezza, poi la terza. Sperava che tutte quelle barriere le avrebbero evitato di sentire tutti i rumori esterni. Si stese sul divano del salottino ricavato in una delle nicchie, prese un libro e tentò di leggere ma il rombo di un aereo la interruppe. Tentò più volte di riprendere la lettura ma ogni volta un suono o un pensiero le impedivano di proseguire. Provò ad accendere la tv e il lettore DVD, prese un film dallo scaffale, scelse “secretary – assumi la posizione”, adorava quel film, le faceva sempre scordare tutto il resto. In effetti lo guardò tutto d’un fiato senza sentire più alcun rumore, forse non ce n’erano più stati o forse era immersa nella visione e non li aveva sentiti. Non erano ancora terminati i titoli di coda quando scoppiò l’inferno. Esplosioni e spari si intrecciavano nell’aria come fuochi d’artificio. Era la guerra. Era arrivata. Sentiva la guerra avvolgere il suo mondo ma non la poteva vedere, non la poteva contrastare. Lui? Dov’era il suo uomo? L’angoscia l’assalì improvvisamente, incontrollabile. Lui era in mezzo alla guerra, solo, senza di lei, a combattere per salvare il loro mondo e lei era li, impotente e ignara di tutto. Si chiese cosa avrebbe trovato una volta uscita, si chiese se qualcuno mai sarebbe venuto a chiederle di uscire da li, si chiese se la sua attesa valeva la pena. Tra settimane o mesi o anni cosa avrebbe trovato? Delineò nella sua testa due scenari possibili, anzi tre. Poteva uscire e trovarsi davanti ad un paesaggio devastato, brullo, coperto di macerie e terra bruciata, senza più nessuno ad attenderla, senza più lui, il suo amore, la sua vita, il suo futuro. Poteva sentire le porte del bunker aprirsi e sentirsi trascinare fuori da un braccio forte e stringere in un abbraccio quasi soffocante da lui che vivo e in salute era finalmente tornato a prenderla. Poteva uscire ed essere travolta da un’orda di gente festosa con le bandiere della patria in mano che ballando e cantando scorrazzava per le strade del paese gridando “Abbiamo vinto! Abbiamo vinto!”. Lei passando accanto ad un carro avrebbe incontrato un uomo serio e con un’espressione grave, con in mano un blocco, che riportava l’elenco dei caduti e scoprire tra quei nomi quello di lui.
Si perse completamente nei suoi pensieri, fissando distrattamente la scatola di mogano, si chiese se valeva la pena di aspettare, se non fosse più utile e meno angoscioso buttarsi in mezzo a quella guerra e rischiare di morire insieme alla persona che ami piuttosto che uscire dal bunker e scoprire che sei solo e che non hai più niente per cui valga la pena di aver aspettato tanto… Ogni giorno i pensieri ripartivano da capo, ogni giorno si stritolava il cervello in cerca della cosa più sensata da fare e ogni giorno sobbalzava allo scoppio di una bomba o al rumore di un caccia.
Capitò che ad un risveglio, senza sapere se fosse notte, giorno, mattino o pomeriggio perché stare in un bunker senza finestre le aveva fatto perdere la cognizione del tempo, non sentì alcun rumore. Come se fuori il mondo fosse sparito completamente, il silenzio lo aveva inghiottito. L’angoscia salì. In pochissimi secondi decise di salire, aprire tutte le porte e capire cosa era successo, qual’era stato il destino del suo mondo, senza aspettare che lui arrivasse a tirarla fuori. Si vestì alla meglio e salì le scale macinando i gradini tre alla volta. Aprì la prima e la seconda porta. Si fermò davanti alla terza porta e posò l’orecchio per sentire se qualche suono le poteva dare un indizio. Restò immobile e incapace di muoversi per qualche interminabile minuto, poi, si risvegliò dal torpore mentale e aprì d’istinto la porta.
Restò gelata, paralizzata. Il bosco li intorno era completamente abbattuto, bruciato, scomparso. In lontananza intravedeva il paese ma l’unica cosa che riusciva a distinguere erano delle colonne di fumo spesso e nero che si alzavano dalle case. Nessun rumore, nessuna persona, nessun animale. Quasi in trance si diresse verso l’abitato lentamente, un passo dopo l’altro. Sembrava che nemmeno la ghiaia sotto le scarpe emettesse alcun rumore. In meno di un’ora si trovo alle soglie del centro abitato, anche li nessun rumore, nemmeno in lontananza. Macerie, solo macerie. Sembrava che “il nulla” fosse passato di li e avesse inghiottito “il tutto”. In mezzo a quella che prima era la piazza della chiesa cadde in terra, in ginocchio, priva di forze fisiche e mentali. Nemmeno le lacrime avevano la spinta per uscire dalle ghiandole lacrimali, non poteva piangere. Il suo mondo non c’era più.
Sentì caldo sotto le ascelle, sentì il suo corpo che si sollevava da terra, sentì una bocca che le baciava il collo. Riconobbe le sue braccia, la sua forza, la sua bocca, la sua dolcezza, il suo uomo. Lui era vivo, lui era li e l’avrebbe salvata.
lunedì, 20 marzo 2006
La rana era molto affaticata, ogni giorno doveva attraversare quella dannata strada cittadina. Nonostante i camion fossero più grandi le facevano meno paura perchè avevano un'andatura costante, difficilmente facevano variazioni di rotta e scatti improvvisi. Biciclette, moto e motorini erano piccoli e riusciva sempre a schivarli. Le automobili invece erano un vero pericolo, sorpassavano continuamente in ogni direzione ogni tipo di veicolo e non riusciva mai a prevedere la traiettoria giusta in funzione del suo attraversamento. L'unica soluzione, sempre che non ci fosse un momento in cui non passavano auto per la strada ma era rarissimo, era tentare di saltarci sul tetto o sul cofano e passare da un'automobile all'altra da sopra e non da sotto, ma era una vera fatica, senza contare che non potendo prevedere la traiettoria non aveva mai la certezza che sarebbe finita sopra l'automobile, con il rischio di finire comunque schiacciata dalle ruote di qualche altro veicolo. Isomma una vita faticosa.
Ma non aveva alternativa, abitava a sud della grande strada nel laghetto formatosi dopo la chiusura della cava di ghiaia che, essendo l'unico laghetto nel raggio di molti chilometri, aveva attirato tutti gli animali acquatici della zona e si era velocemente sovraffollato, era l'ambiente ideale per mettere su famiglia, l'alternativa era qualche squallida pozzanghera formatasi con le pioggie ma non avevi mai la certezza che sarebbe arrivata integra alla domenica successiva. Molte famiglie avevano passato anni traslocando da una pozza all'altra o nascondendosi sotto il fango per non venire seccate dal sole. Il problema era che con il sovraffollamento il cibo iniziava a scarseggiare. Da un lato le famiglie di zanzare ed altri insetti avevano capito che non era prudente vivere li, dall'altro lato il poco cibo rimasto, cioè gli insetti inesperti o sprovveduti, erano contesi da migliaia e migliaia di bocche. In conclusione la rana un giorno si era dovuta muovere per guardare se nei dintorni ci fosse un altro posto dove trovare del cibo. Fortunatamente era single e non aveva il pensiero di dover mantenere mamma rana e uno stuolo di ranocchietti. Così una domenica aveva preso con se un paio di zanzare come spuntino e si era incamminata dall'altro lato della grande strada approfittando dello scarso traffico tipico dei giorni di festa.
Giunta sul marciapiede adiacente ai palazzi aveva saltellato per un paio di isolati capitando per caso in un vicolo cieco orientato a nord quindi sempre in ombra. Questa particolare condizione aveva favorito la formazione di una pozzanghera permanente che nessun uomo si prendeva la briga di eliminare, lavare o spazzare perchè posizionata in un punto lontano dalla vista o dal passaggio.
La pozzanghera era sul retro di una pescheria, l'unica persona che ogni tanto transitava nel vicolo era il proprietario del negozio per buttare verso il tombino qualche secchiata di acqua sporca di resti di pesce, il che favoriva l'alimentarsi della pozzanghera e l'arrivo di mosche e zanzare a succhiare dai bordi del tombino proprio i rimasugli di pesce. La rana aveva trovato il suo personalissimo supermercato. Così ogni giorno da quel giorno, attraversava la grande strada per andare a mangiare.
Era la vita e la rana aveva imparato che viverla vuol dire faticare. Faticando così tanto durante la settimana, la domenica era diventata la sua isola felice, il suo angolo di paradiso, il giorno di meritato riposo.
Una domenica pomeriggio, durante una delle sue lunghissime passeggiate nei dintorni del laghetto, la rana conobbe un rospo, un maschio di un verde così intenso e affascinante che se ne invaghì...
Iniziarono a frequentarsi ogni domenica e ogni volta si piacevano più di quella precedente, fino al punto in cui venne a entrambi voglia di fare dei progetti. Era giunto il momento di raccontare al rospo del vicolo e della sua pozza ricca di cibo. Un giorno di pioggia, mentre oziavano al riparo di un bel ramo, gli raccontò anche di quanta fatica dovesse fare ogni giorno per andare al di la della grande strada e dei pericoli che corresse con le automobili. Lui lo guardò pensieroso e preoccupato le disse "perchè non costruiamo un tunnel sotto la strada? ...insieme!". La rana guardò il rospo intensamente e pensò che era davvero un'ottima idea, ci sarebbero voluti mesi per costruirlo, ma alla fine la loro vita sarebbe stata più facile, anzi gli sembrava già più facile perchè non sentiva più il peso della vita tutto sulla sua schiena. Così da quel giorno ogni domenica la passarono a costruire il tunnel, a turno uno scavava nella terra e l'altra portava fuori la terra scavata dal tunnel. Ci volle quasi un anno. Era l'inizio dell'inverno quando il tunnel sbucò proprio nel tombino sotto il marciapiede adiacente ai palazzi della città. Che sogno! Adesso che i pericoli erano svaniti e che il cibo non rappresentava un problema, potevano pensare a mettere su famiglia, i ranocchietti avrebbero avuto zanzare e mosche in abbondanza per crescere. Avevano costruito le basi per la loro vita insieme.
La vita, complicata ma meravigliosa...
domenica, 26 febbraio 2006
La stanza era in penombra, le prime luci del mattino filtravano dalle persiane della finestra accarezzando morbidamente il letto e i suoi occupanti con fasci di colore azzurrino. Lui le chiedeva spesso cosa facesse quando, come capitava sempre, lei era ormai sveglia e lui ancora non accennava nemmeno un battito di palpebre ad occhi chiusi. Lo guardava dormire tranquillo e pensava. Pensava a quanto fosse felice di averlo nella sua vita, pensava alla soddisfazione nel vederlo dormire sapendo che in sua assenza lui soffriva di insonnia, pensava a quando finalmente avrebbe aperto gli occhi per regalarle una nuova intensa giornata d'amore come non ne aveva mai avute prima. La radio sul comodino era ancora accesa a volume bassissimo, non era abituata a dormire con la musica di sottofondo ma lui non riusciva a farne a meno, così non le era stato difficile farne un vezzo anche suo.
Mentre la radio suonava "costruire" di Fabi lei osservava la luce sul suo viso formare chiaroscuri affascinanti, aveva ciglia lunghissime sotto cui si nascondevano occhi neri e scintillanti come il cielo d'estate in una notte limpida, le pareva quasi di vederne il riflesso. Naso ben proporzionato, bocca morbida e liscia, barba appena spuntata, sopracciglia folte, lineamenti spigolosi. I capelli, neri anch'essi, partivano con una leggera e attraente stempiatura, il taglio corto portava in superficie l'effetto "sale e pepe".
Aveva le braccia fuori dalle lenzuola, la penombra ne esaltava la forma perfetta, muscoli definiti, pelle liscia sulle spalle che gradualmente si infoltiva di peli morbidi verso gli avambracci. Ogni vena in rilievo le pareva un torrente in piena che sorgeva sulle spalle terminando in una foce a delta sul dorso delle mani. Mani piccole e nervose, con unghie curate e piccoli calli da palestra sul palmo. Al polso portava un bracciale in coccodrillo dalla forma rustica ed irregolare, la parte finale della coda, ne aveva regalato uno simile anche a lei ma con la chiusura d'argento che dava al bracciale un aspetto più femminile. Risalendo verso le spalle il trapezio leggermente pronunciato accentuava l'incavo del collo, incastonato su un torace dalle forme disegnate come un fumetto di supereroi.
L'aroma del loro respiro aleggiava caldo nella stanza, aveva voglia di preparare la colazione ma non voleva correre il rischio di svegliarlo. Sentiva già il profumo del caffè nelle narici e il rumore della carta dei biscotti. Vedeva i bicchieri colmi di succo d'arancia e la tavola accuratamente apparecchiata con cucchiaini d'argento e tovaglioli in tinta con le tazze. Avevano l'abitudine di apparecchiare la tavola con cura maniacale di dettagli e colori, tutto perfettamente simmetrico, tutto di un ordine tranquillizzante. Forse cercavano nelle piccole cose quell'ordine che non erano mai riusciti ad avere nella vita. Oppure volevano semplicemente vivere al massimo il poco tempo che, data la distanza geografica che li separava durante la lunga settimana lavorativa, avevano a disposizione nei week-end per stare insieme.
Avevano in comune un sacco di manie ma, insieme, si sentivano meno soli in questa loro "deviazione". Le scappò un sorriso dolcissimo e senza pensarci lo baciò sulla tempia svegliandolo. Era iniziata un nuova meravigliosa giornata.